LE MASCHERE – Sono autentico?

Dott.ssa Giovanna Berengo

LE MASCHERE – Sono autentico?

Chi sono io? Chi sei tu?

Raramente siamo pienamente autentici. Ciascuno di noi cerca di esser ciò che pensa possa andare bene agli altri. Nell’infanzia apprendiamo quali fra i nostri comportamenti ricevono approvazione e quali disapprovazione. Conseguentamente e molto spesso i comportamenti che assumiamo non sono spontanei, istintivi, ma appresi. Abbiamo imparato che alcuni sono produttivi e utili al consenso e all’approvazione e altri no. Per compiacere l’altro finiamo per fare ed essere ciò che all’altro piace più che ciò che piace a noi.

Nella Psicologia dei Sè ci sono i Sè Primari, cioè quelle parti di noi nelle quali ci riconosciamo e con cui ci identifichiamo, ad es. sono gentile, timido e sottomesso. Poi ci sono i Sè Rinnegati, cioè quelle parti di noi che ci siamo abituati a nascondere a rifiutare (magari perchè punite o giudicate male dai nostri genitori) che non riconosciamo in noi stessi ma che tendiamo a proiettare sull’altro (sovente il partner), ad es. brusco, intrprendente e carismatico.

Sovente finiamo dunque per mettere delle maschere con cui speriamo di essere amati, convinti che se ci mostrassimo come siamo veramente non saremmo accettati o amati.

Talvolta però siamo così identificati con queste maschere da non sapere più di portarle (1). Può capitare di non sapere più chi siamo e alla domanda “chi sei tu?” può diventare assai difficile rispondere.

Sicuramente ciascuno di noi é una complessità, é tante parti, alcune ammesse, altre respinte.

Più siamo consapevoli, più vediamo la complessità e più possiamo anche utilizzarla. Il fatto che io mi definisca altruista non precluderà più la possibilità che io sia anche talvolta egoista, o il fatto che io sia mite non precluderà il fatto che talvolta io possa, dove necessario, essere aggressivo e così via.

Al contrario se non riconosco anche in me certi aspetti personologici finirò inevitabilmente per proiettarli sugli altri (2). Di conseguenza può capitare che anche l’altro sia da noi frainteso, visto alla luce delle nostre proiezioni più che libero da esse.

A questo proposito c’è una poesia “Sur une corde” di Ritsos che coglie in modo acuto e sottile questo aspetto:

Mi guardi dalla tua maschera

ed é un altro che vedi

-E’ importante sapere chi siamo, conoscere profondamente noi stessi, con le nostre qualità/risorse e con i nostri difetti/limiti. Un percorso terapeutico é mirato alla conoscenza di sè, della nostra complessità.

-Il malessere può a volte coincidere con una vita infedele a noi stessi, nella quale non ci ritroviamo a nostro agio proprio perchè non ci corrisponde pienamente. Un percorso terapeutico può essere utile a capire non più cosa è giusto fare o essere per i nostri genitori o gli altri o la società, ma bensì cosa é giusto fare o essere per noi.

-Si può essere autentici nelle relazioni con gli altri se impariamo a trasmettere i nostri pensieri e i nostri sentimenti sinceramente ma con mezzi abili, trovando cioé un modo per esprimerli che non offenda e non ferisca l’altra persona. Si può dire tutto, o quasi, se lo sappiamo dire. Un percorso terapeutico, a volte anche di coppia, insegna a comunicare nel senso più bello del termine, cioè a donarsi in modo autentico (3).

  1. E.Cheli riferisce che persona deriva da per-sona. Gli antichi cantori greci usavano delle specie di maschere ad imbuto da cui venivano emessi i suoni

  2. Il geloso secondo la psicoanalisi spesso proietta la propria infedeltà sul partner, il paranoico proietta la propria aggressività sugli altri, ecc. Proiezione significa attribuire all’altro ciò che in realtà é in noi.

  3. Comunicazione viene dal latino cum-munis: cum=con – munis=dono. Dunque comunicazione significa condividere, scambiarsi un dono.

 

Dott.ssa Giovanna Berengo

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