L’ACCETTAZIONE

Dott.ssa Giovanna Berengo

L’ACCETTAZIONE

L’accettazione é la chiave di volta nella vita per stare bene.

Accettazione non significa assolvere, né essere d’accordo.

E’ una posizione meta, é oltre.

E’ un profondo rispetto della vita, delle sua dinamiche, che vanno ben oltre i nostri piccoli giudizi e le nostre piccole convinzioni.

Non si tratta di essere d’accordo con ciò che é accaduto o di non esserlo. Direi che la vita non considera se noi siamo d’accordo o meno con essa, procede a prescindere dai nostri desiderata.

Il fatto che non si sia d’accordo non ha mai impedito alla vita di svolgersi come si é svolta.

Il fatto che non si sia d’ accordo con i propri difetti non ci risparmia dall’averli.

Accettare non significa neanche colludere o rinunciare a lottare dove utile e necessario.

E’ cosa buona e giusta fare tutte le battaglie in favore dei propri ideali, per cambiare le cose fuori e dentro di noi, ma si fanno proprio perchè si é consapevoli di come le cose sono. Le nostre battaglie possono poi riuscire o no a produrre dei risultati positivi.

Accettare non significa neanche disinvestire e deresponsabilizzarsi.

E’ bene che ciascuno di noi abbia fatto e faccia del suo meglio perchè la propria sia una buona vita. I nostri sforzi possono poi riuscire o no a produrre risultati positivi.

Non sempre infatti questi determinano in modo automatico e consequenziale l’andamento della vita stessa. Non abbiamo che una parte di potere nel determinare la nostra esistenza. Molto accade infatti a prescindere da noi. E anche là, dove le cose sono dipese da noi, dobbiamo accettare che quelle erano o sono le nostre modalità, tendenze, limiti, caratteristiche, possibilità.

Anzichè farcene una colpa e infliggerci l’eterna punizione dell’infelicità, se smettiamo di condannare gli altri e noi stessi e/o smettiamo di assolvere gli altri e noi stessi, ma restiamo nella nobilissima posizione del non giudizio, nè favorevole, nè sfavorevole, che é quella dell’accettazione, possiamo aprire mente e cuore al senso che le cose hanno.

Ciò che accade rappresenta sempre un’ immensa sfida per noi, un’occasione.

Al primo impatto é naturale che un evento doloroso, un lutto, un tradimento, una disgrazia ci scuotino, mettano in serio pericolo il nostro benessere e il nostro equilibrio.

Ma poi possiamo nel tempo zappare nell’orto dell’avversione o in quello dell’accettazione.

Chi accetta non è mai vinto.

Non ci rendiamo conto che quando cadiamo nella trappola dell’avversione, dell’ostilità tutta la nostra vita si inquina. Si inquina la nostra mente, la nostra capacià intrinseca di chiara visione.

L’avversione e l’ostilità ci portano a rinnegare cose accadute nella nostra vita o ciò che sta accadendo adesso. Il rinnego é l’opposto dell’accettazione.

Quando siamo nella posizione alquanto seduttiva del rinnego, quando ci facciamo sedurre da questa trappola perdiamo ogni possibilità di restare integri e di salvare la nostra vita.

Come Ulisse che per non finire nelle acque e annegarvi, sedotto dal canto delle sirene, si legò al palo, così ciascuno di noi dovrebbe capire che l’ostilità e il rinnego che ne deriva sono sirene suadenti che nascondono però trappole mortali. Solo quando siamo nell’accettazione siamo in asse con la nostra vita, connessi a noi stessi, come Ulisse al suo palo che lo tiene centrato e in salvo.

Solo quando accettiamo che la nostra vita sia andata o stia andando come é andata e come sta andando, troviamo pace e la salviamo.

Diversamente ci opponiamo, recriminiamo, senza renderci conto di quanto questi filtri siano poderosi e distorcano e condizionino la nostra visione. Sono filtri potenti e distruttivi dai quali guardiamo la nostra vita. Come può apparirci buona o bella vista da quei filtri?

La persona che profondamente acccetta che la vita sia quello che é stata e sia quello che é, é una persona che, libera da filtri condizionanti, é in pace, arresa nel senso più bello possibile, ovvero ha preso coscienza che ciò che é accaduto, é accaduto e ciò che accade, accade.

Certamente ciascuno di noi, in talune circostanze, se avesse potuto fare o essere diverso l’avrebbe fatto, lo sarebbe stato, ma evidentemente questo non é stato possibile. Forse, nel riflettere onestamente su questo, potremmo allora concedere a noi stessi e agli altri la buona fede di sapere che ho/hanno fatto del mio/loro meglio. In questo senso la resa é molto pacificante. La resa non é rinuncia; nessuno é dispensato dal fatto di fare del proprio meglio.

Dunque non sto riabilitando la rinuncia. (La rinuncia é pre)

La resa é l’accettazione che, nonostante io abbia fatto del mio meglio, le cose sono andate o vanno così.

Dunque sto nobilitando la resa. (la resa é post)

Perdonare in senso laico noi e gli altri non significa essere d’accordo, approvare i nostri o gli altrui comportamenti o modi d’essere, significa invece accettarli, cioè prenderne semplicemente atto, e da lì liberarsi del fardello dell’attaccamento e dell’avversione che ci tengono avvinti alle cose (1).

Qualunque miglioramento possibile nasce dall’accettazione, non certo dall’ostilità, dalla presa preconcetta di posizione, che é cieca e sorda alle dinamiche della vita.

Possiamo dunque leggere la nostra esistenza alla luce del rimpianto, del rancore, della rabbia, dell’ingiustizia, impiegando tutte le nostre energie per andarle contro (la 1° delle due accezioni di “agredior”(aggressività) in latino) oppure possiamo leggerla alla luce dell’accettazione e della accoglienza, impiegando tutte le nostre energie per andarle verso (la 2° delle due accezioni di “agredior” (aggressività) in latino).

Questo restituisce alla nostra vita un senso, una nobiltà che l’ostilità e l’avversione tolgono.

Inoltre se accettiamo che la persona alla quale io mi sto relazionando ha determinate caratteristiche riesco ad averne una chiara visione che ci permetterà di tenerne conto e di agire al meglio alla luce della nostra consapevolezza.

Se invece siamo ostili e avversi alla persona a cui ci stiamo relazionando, diventiamo ciechi ad essa, continuiamo a pensare a come dovrebbe essere, a quanto sia ingiusto che sia o faccia così, e perdiamo totalmente l’accesso a lei per come lei é.

Di fatto non abbiamo molte possibilità di fare in modo che l’altro sia diverso da quello che é o che la nostra vita si sia svolta diversamente da come si é svolta. Possiamo passare il resto della nostra vita a rimuginarci su, a recriminare, alimentando la rabbia e il senso di sopruso. Oppure possiamo accettare tutto questo, ovvero prenderne atto, liberando in noi lo spazio per vederne un senso, una occasione, una possibilità, per formulare domande come queste: a cosa mi é servito tutto questo? Cosa apre tutto questo? Cosa mi fa conoscere dell’altro e di me tutto questo?

Se accettiamo, le risposte verranno da sole.

Dove non accettiamo non troviamo risposte utili alla nostra vita.

Cercheremo infatti coattivamente conferme al nostro disegno negativo, conferme che rafforzano e incistano questi filtri inquinanti nella nostra vita.

L’avversione chiude ogni spazio, é un buco nero.

L’accettazione apre uno spazio, é un punto di luce, é chiara visione, da cui possiamo avere accesso alle nostre risorse, che sole ci permetteranno di agire e reagire.

I bracci di ferro con la vita sono destinati ad essere perduti.

Credo invece che la persona che accetta non sia mai vinta.

(1)La parola “perdono” deriva dal greco “apoluô” che vuol dire: “liberare; lasciare, congedare; lasciare libero, rilasciare”.

Dott.ssa Giovanna Berengo

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